Il colloquio con i professori. Ritorno agli anni 90 ai tempi delle superiori

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Amici lettori,

in questi giorni sto preparando un articolo su Salvini. In verità non è che avrei tanto da raccontare in più rispetto ai mille link che girano su Facebook, alle mille interviste dell’onnipresente leghista, alle mille tesi a favore e contro quest’uomo mezzo Gattuso mezzo Bud Spencer con pessimo gusto in tema di felpe.

Mi dedico allora a qualcosa di più amarcord: ascoltando le parole di una collega-mamma che parlava del ricevimento dei professori del figlio, ho avuto un fortissimo flash mentale, ricordandomi quelli che erano i processi alle intenzioni post-ricevimento con mio padre nel periodo delle superiori.

Consideratelo il mio regalo di Natale, citando una suora canterina devoto al fallimento commerciale post-X Factor “Ho un dono, ve lo dono”. Ecco, io sono sempre stato talentuoso nel vivere i ricevimenti con i professori come un dramma esistenziale.

Chiariamo subito che non è che fossi scarsissimo: diciamo che consideravo la massimizzazione del mio sapere involontario come una filosofia di vita, quindi miravo alla media del 6,5 per raggiungere effettivamente il 5,76, che per grazia matematica ed arrotondamento, diveniva 6. Il tutto cercando di applicarmi il meno possibile, perché, ritenevo ai tempi, le energie andassero dosate in tutto l’arco della vita.

E metti che campo fino a 90 anni?

CONTESTO  DI UNA COMUNE SERATA POST-COLLOQUIO CON I PROFESSORI

Giornata di ricevimenti in quel di Novembre, fuori è inverno. Fa buio presto, quindi alle 17 c’e già un cielo nero. Io, consapevole del fatto che mio padre rincaserà alle 18, cerco di ritardare il più possibile il rientro, cazzeggiando innumerevoli minuti in più con gli amici.
In verità li saluto tutti: so già che ad attendermi non ci saranno liete novelle, quindi potrebbe succedere un disastro familiare che mi porterebbe a:

– dover studiare davvero i 5 giorni successivi per dare l’impressione di una rinvigorita voglia di rialzare la media

– dover dire addio al cazzeggio/sport/cazzeggio con gli amici, per punizione

– finire all’ospedale per contusioni

– essere ospite da Barbara D’Urso (o egual programma trash dell’epoca) a raccontare il perché di una tragedia familiare divenuta mediatica

LE QUATTRO STRATEGIE PER AFFRONTARE UN GENITORE INCAZZATO

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Niente come le serate post-colloqui con i professori mi hanno insegnato nella vita.
Ho imparato, col tempo, ad attuare piccole ma efficaci strategie:

1) Non accompagnare mai il genitore

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Quando il professore farà la sua invettiva, essendo lì presente non lo si potrà contraddire.
E’ per questo che proprio il giorno del ricevimento, io raccontavo di dover fare chissà cosa di importante. La sera, a casa, con un bel “Ma non è vero, si sarà confuso con Marcello!”, riuscivo ad avere già una prima scusa pronta.
Questo insegnamento mi ha fortificato a punto tale da trovarmi veramente “skillato” nelle dinamiche aziendali: basta notare chi manca in riunione e iniziare a parlare di colui che manca come capro espiatorio. Pessimo atteggiamento morale, ottima attitudine premiata dalla aziende italiane.

2) Incalzare con le domande

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Tra le 18 e le 20, orario del mio ritorno, mio padre covava 2 ore di parole in testa da dovermi scaricare per alleggerire la tensione da figura di merda per ciò che combinavo in classe. Io sapevo di questo, non potevo però permettergli di mettermi a tappeto. Il ritmo da tenere era: 2 minuti per lui, dopodiché domanda incalzante sul professore in questione, del tipo

“Ah ma lo sai che dicono di lui? Sembra che stia divorziando!”
“A proposito, lo sai che l’ho visto parlare con la zia? Ma si conoscono?”

Spezzare i discorsi aiutava il clima a stemperarsi, facendo dimenticare a mio padre di dover reggere a tutti i costi la parte del genitore incazzato. Ogni qualvolta, finiti i secondi di gossip, ritornava con i sopraccigli abbassati e lo sguardo serio, diventava sempre meno credibile.

3) La supercazzola

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E’ sempre stata un’arma utile, lo è per i politici più affermati, non lo può essere per uno studente vittima dei suoi stessi risultati?
Alla provocazione: “Il professore di matematica ha detto che non hai saputo risolvere nemmeno un esercizio alla lavagna!”, la mia risposta solitamente era

“Risolvere? Mica mi aveva chiesto di risolvere! Ho fatto la radice quadrata del valore della curva, come mi aveva detto lui (e mi aveva pure detto bravo eh), dopodiché non ho ricordato una formula a memoria, ma me la sono ricavata estraendo il coefficiente medio statico dalla base del parallelepipedo. A lui questa cosa non è piaciuta, perché ci sono arrivato per logica. Lui voleva che recitassi la formuletta a memoria. Ma in futuro, mi servirà saper ragionare o ricordarmi una cazzata a memoria?”

Solitamente, era un ottimo modo per contrastare la critica. Vedevo negli occhi di mio padre l’ingiustizia nel non aver il necessario know how per contrastarmi.

4) Ammettere gli errori, ma facendo vincere la lamentela demagogica sulla società

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Avete mai visto un italiano che dice “L’Italia va a puttane per colpe anche mie?” Ma va, impossibile.
E’ sempre colpa degli altri. Gli stranieri, i politici, gli evasori (gli altri), i maleducati, i rom, i giovani bamboccioni, i vecchi che non crepano e pesano sulle casse dell’INPS ecc ecc.
Basta replicare questo talento tutto italiano in chiave “classe scolastica”.

Papà: “Che mi dici del fatto che hai fatto squagliare tutte le BIC della tua compagna di classe sui tubi del riscaldamento in alto, creando una lenta pioggia blu in classe?”
CsM: “Stavamo giocando nell’intervallo e il mio compagno di classe voleva spezzare le penne alla mia compagna. Per salvare le penne, ho tirato l’astuccio in alto e si è bloccato tra i tubi.”

Papà: “La professoressa di diritto mi ha detto che sei andato volontario all’interrogazione, dicendo di essere preparato a BOMBA, per poi fare BUM! e sederti al tuo posto. Ti sembra un atteggiamento da ragazzo della tua età? Ma come dobbiamo fare con te?”
CsM:”No papà. Quel giorno Michele era triste perché aveva avuto un lutto. Allora tutti insieme abbiamo pensato di fare una cosa per farlo ridere. Mi avevano detto che avrebbero avvisato anche la professoressa, ma Carla ha dimenticato di farlo… quindi è stata una sorpresa anche per lei, che mi ha spedito dal Preside.”
Papà: “E perché ti sei proposto tu per fare il buffone?”
CsM:”Papà, in questa classe qualcuno deve prendersi le responsabilità. Ho fatto tutto per il bene comune.”

Papà:”Perché hai simulato di avere il dente rotto, di svenire, di rinvenire, di andare in stato confusionale, il tutto davanti alla professoressa di italiano? Ti credi divertente?
CsM:”Guarda che io stavo male davvero!”
Papà:”Agitando un fazzoletto macchiato di rosso con il pennarello?”
CsM:”Quello me lo sono trovato in tasca dopo l’ora di educazione artistica. Mi serviva un fazzoletto al volo, è un reato pensare di riciclare i materiali? E l’ambiente dove lo mettiamo?”

Papà:”Per quale motivo hai raccontato la balla di non volere studiare inglese perché ti ricorda una zia maltese morta? Ma quando mai abbiamo avuto parenti maltesi?”
CsM:”Pà, me lo ha raccontato la mamma. Tu andavi spesso a Malta, così ho dedotto che avessimo qualche parente. Trattandosi di parecchi anni fa, però, ho pensato che qualcuno potesse essere morto.”

L’INSEGNAMENTO DELLA VITA

ciense

Non è colpa mia se ho sempre trovato il sistema didattico tradizionale pesante e controproducente per alcuni profili di persone.

Ricordo con piacere alcuni professori che ci ispiravano all’utilizzo della creatività: lì di scuse non ne ho mai dovute inventare.

Verrà un giorno in cui anche il sistema didattico capirà che le persone sono diverse tra loro e si adeguerà ad un modello più dinamico?

Lo spero: nel frattempo, andateci pesanti con i commenti post-ricevimento dei vostri fratelli/cugini/figli. E’ un momento formativo, potreste far crescere un nuovo imbonitore in stile Renzi & Salvini, o semplicemente un nuovo blogger spara-cazzate con il sorriso.

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